Andreoni (Css), 'non c'è prova che il virus Shamonda, sia pericoloso per l'uomo'
Paziente morto era gravemente immunodepresso ma è segno del peso dei cambiamenti climatici
(V. "Francia, il virus Shamonda scoperto..." delle 12.04) Il primo caso umano in Europa di infezione da virus Shamonda "rappresenta un segnale da non sottovalutare di come i cambiamenti climatici possano influenzare la diffusione dei patogeni. Ma non dobbiamo aspettarci che il contagio si estenda alla popolazione umana: nonostante si sia verificato un decesso, non abbiamo prove che il virus sia mutato diventando pericoloso per le persone". Lo spiega all'ANSA Massimo Andreoni, professore di Malattie infettive all'Università di Roma Tor Vergata e membro del Consiglio superiore di sanità, commentando il caso riscontrato a Lione, in Francia, in un paziente ricoverato in vista di un trapianto. Il virus, trasmesso da insetti e finora riscontrato in animali da allevamento, era stato identificato per la prima volta nel 1965 in Nigeria, per poi essere segnalato anche in Australia e Giappone. Nell'estate del 2026 il virus è stato rilevato per la prima volta negli allevamenti europei. "La trasmissione all'uomo è un evento eccezionale e non dobbiamo preoccuparci che il virus possa diffondersi facilmente tra le persone", spiega Andreoni. "Siamo di fronte al caso di un paziente gravemente immunodepresso, nel quale l'infezione potrebbe aver trovato condizioni particolarmente favorevoli. Non possiamo quindi pensare che il virus si sia necessariamente adattato all'uomo: potrebbe semplicemente aver 'approfittato' di una situazione. Abbiamo già osservato casi di batteri e parassiti capaci di provocare infezioni in persone con difese immunitarie compromesse, senza che questo significhi che si siano adattati a infettare l'essere umano". Un'ipotesi alternativa, "ma molto meno probabile", è che il virus abbia subito una mutazione che gli consenta di infettare l'uomo con maggiore facilità. Il vero aspetto preoccupante, precisa Andreoni, "è che questo agente infettivo sia arrivato in Europa. È un ulteriore segnale degli effetti della globalizzazione e, soprattutto, dei cambiamenti climatici, che possono favorire la diffusione di vettori e agenti infettivi in nuove aree geografiche. Un campanello d'allarme - conclude - che merita attenzione e monitoraggio".
G.Renaud--PP